Alla vigilia di Natale si andava a cercare un grosso ciocco di legna da ardere che doveva durare fino all’Epifania. Dopo la Befana se il ciocco non era arso del tutto, era posto ad incastro nell’oppio che era un albero dove veniva fatta arrampicare la vite. Questa tradizione veniva eseguita perché credevano che avrebbe protetto la vite dalla grandine.

Il presepe non si usava costruirlo in casa ma solo nella chiesa del paese, dove, alla Messa di mezzanotte, i bambini recitavano la poesia di Natale davanti al bambino Gesù che veniva poi baciato su un piede da tutti i presenti.

Non esistevano i regali, né l’albero di Natale. I bambini stavano raccolti intorno al fuoco dove i nonni raccontavano storie incredibili. Assicuravano che il ciocco di Natale era magico perché, battendolo tre volte, regalava castagne che comparivano magicamente davanti all’aiola. In realtà erano i grandi che, senza farsi vedere, le lanciavano.
Si respirava ugualmente aria di Natale perché si mangiava meglio. C’era il brodo di gallina dove si facevano cuocere i passatelli; si mangiava il lesso e anche l’arrosto misto.

Alla sera si usava fare la veglia presso le famiglie che offrivano castagne, lupini e vino che venivano consumati mentre si giocava alle carte.

Ma, ahimè, i soldi non c’erano e quando si giocava a sette e mezzo si puntavano i bottoni!

Il Natale di una volta 1934 di Isidori Domenico

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