Maròn – Vita di Tommaso Isidori (Parte Terza)

LA CASA

La Casa di Montescatto

Entrando dal portone si aveva di fronte la scala che portava al primo piano e alle camere da letto. Al piano terra, a destra della scala, c’era la cucina con un lavabo (el sciacquaton) e il camino, mentre a sinistra si apriva una saletta riscaldata da una stufa, “La Sovrana” utilizzata anche per cucinare.

Non c’era né bagno, né acqua corrente.
Non sappiamo in che anno il bisnonno si trasferì. Però, in questa casa, nel 1927, nacque il secondo figlio di Tommaso, Domenico. Mio nonno.

E LA VITA SCORREVA……….

La vita di tutti i giorni si divideva tra i lavori di campagna e quelli di casa.
I miei bisnonni, come tutti da quelle parti, avevano gli animali da cortile e le pecore, che andavano accuditi ogni giorno. E i bambini non erano certo esentati dal lavoro.
Durante un inverno nonna Giulia disse a Domenico –“Menculin va a prenda una fascina di legna per accenda il foc?”. Lui era piccolo e fu molto contento di poter eseguire quella piccola missione. In mezzo alla neve trovò un albero di gelso e con il falcino ne tagliò alcuni rametti, radunandoli in una fascina. Tuttavia, tornando a casa, fu scorto dal proprietario dell’albero, che era anche il padrone di molti campi e boschi della zona, quindi era molto facoltoso. Questi rincorse mio nonno fino a casa per bastonarlo e riprendersi la fascina.





Il piccolo Domenico non credeva certo di fare una cosa sbagliata.

La Scuola

In questa sperduta comunità di campagna, anche senza strade “comode”, esisteva la Scuola Pubblica. Mio nonno e mio zio andavano a scuola alla mattina.

Mio nonno frequentò la scuola fino alla 3° elementare. Amava la matematica e fino a tarda età continuò a “far di conto” a mente. Odiava invece le lezioni di italiano e quando a scuola doveva fare un tema o leggere, chiedeva alla maestra di andare a fare un “goccio” (la pipì) fuori in campagna, per poi fuggire e non farsi più trovare per tutta la mattinata.

Da ragazzo fu mandato ad imparare il “mestiere” da Ettore d’Brinon che faceva il falegname. Imparò a costruire le botti di legno per il vino, artefatti non facili da realizzare. Tutte le doghe dovevano coincidere perfettamente per poter stagnare al meglio. Sapeva anche costruire le finestre per le case con i relativi scuroni e persiane. Domenico era bravo in questo mestiere, ma non gli andava molto a genio perché era un lavoro davvero faticoso.

Anche il fratello Ferdinando, quando aveva 15 anni, fu mandato ad imparare il mestiere da sarto a Pergola da un certo Valentino. Era bravo come sarto, ma anche a lui non piaceva quel mestiere: rifiutò quindi di trasferirsi a Milano o Torino, dove aveva trovato lavoro in qualche sartoria.

 Era il 1936 e la guerra stava per entrare nella storia della mia famiglia.

Bibliografia

Foto stufa a legna La Sovrana (trovata sul Web)
Foto b/n bambino da wikipedia-albero degli zoccoli
Foto dipinto “Boy at School” di Jim Daly (trovata sul Web)

Marón – Vita di Tommaso Isidori (Parte Seconda)

LE NOZZE

Maròn e Giulia si sposarono probabilmente a Drogo il 4 Aprile 1921 con una cerimonia semplice, di campagna.

Matrimonio di Giulia e Tommaso

A quei tempi non si usava il classico vestito da sposa: si cuciva un vestito nuovo e un “zinàl”, una sorta di grembiule che copriva tutto il corpo, da quando si entrava nella casa della suocera. Non si usava nemmeno fare il viaggio di nozze. Ma Giulia e Tommaso lo fecero eccome, andando fino alla spiaggia di Fano a dorso di mulo!

fano arco augusto
Giulia e Tommaso a Fano, a dorso del mulo!

LA VITA insieme

I due sposi andarono a vivere nella casa del padre di Marón, a Ca’Betto. Tommaso lavorava come boscaiolo e bracciante in primavera e estate, mentre in autunno e in inverno si dedicava alla ricerca del tartufo.

Una zona particolarmente ricca dei pregiati funghi era quella di Sassoferrato. Per raggiungerla Marón partiva con il suo cane alle quattro del mattino, imbracciando la sua fedele “roscella”, la tipica vanghetta dei cercatori di tartufo. Una volta arrivato alla stazione di Pergola prendeva il treno in direzione Sassoferrato.

  • cercatore tartufi
  • vanga tartufi

In un giorno poteva percorrere dai 30 ai 40 km a piedi, compreso il viaggio andata e ritorno da Montescatto. Come vi ho detto, era un uomo forte e instancabile: al suo rientro Giulia gli diceva sempre: “Sciatón!” ovvero uno che fatica da morire.

La bisnonna lavorava invece in casa come sarta ed era molto brava. Uomini e donne venivano da lontano per farsi cucire i vestiti da lei. Giulia usava una macchina da cucire a pedale tedesca, la Dürkopp acquistata di seconda mano. Giulia cucì sempre con questa macchina, fino all’ultimo. Tra le tante cose che realizzava c’erano anche materassi di lana, guanciali e “imbottite”, ovvero trapunte di lana.

Giulia alla macchina per cucire
  • macchina da cucito
  • macchina da cucito

Le ragazze di vari paesi andavano da lei per imparare il mestiere. A quei tempi le donne dovevano saper fare tante cose, tra cui anche confezionare vestiti: i vestiti già pronti potevano permetterseli infatti solo le famiglie ricche.

Verso la fine del 1921 nacque il loro primo figlio che chiamarono Ferdinando. Il bisnonno sentì dunque l’esigenza di avere una casa tutta loro e decise di acquistare un rudere sotto quella dei suoi genitori.

Iniziò a ristrutturarla insieme al muratore “Checch” di Monte Gherardo. Ricostruì tutti i muri (ce n’erano solo due e parzialmente crollati) cavando la pietra dal “Foss d’Gagialeta” e trasportandola con un biroccio preso in prestito. I “coppi” per i tetti (le tegole), i mattoni per i muri, i “madón” per i pavimenti e le “pianell” per i soffitti (i vari nomi dialettali indicano tipi diversi di mattoni) venivano realizzati dai “Fornaciari”, ovvero i proprietari della Fornace di Tarugo. Per murare usarono la “terra bianca” e non il cemento in quanto non era reperibile in loco. Per intonacare usarono la “calcina” prodotta localmente. Le finestre e il portone, probabilmente, furono realizzate da Ettore d’Brinon (famoso per aver mangiato un etto di pepe per scommessa).

montescatto disegno
Disegno del paese di Ca’Betto, come era una volta. A sinistra la casetta gialla di Tommaso.

Alla fine il bisnonno realizzò una casetta semplice e bella. A quel tempo nel paese era considerata una casa ”moderna”…. [continua nella parte terza].

Storia di Montescatto

san silvestro montescatto

Lontano dalle città della costa, le campagne tra Fossombrone, Cagli e Pergola sono costellate dalle rovine di antiche torri di guardia. Due di queste torri si trovano a Torricella nella valle del Tarugo e sulla cima del colle di Fenigli, non distante da Pergola. Anche l’antico Castel Doglione, che ancora oggi dà il nome a Molleone, è oggi ridotto a pochi ruderi.

torricella fossombrone
Torre di guardia a Torricella. Foto del blog Luoghi Abbandonati.

rocca fenigli pergola
Torre di guardia di Fenigli. Foto di luoghisconosciuti.it

Molte di queste torri risalgono almeno al 1200 d.C., in pieno medioevo. Pare che nel territorio di Cagli vi fossero più di novanta castelli delle famiglie feudatarie locali. Anche la sommità di Montescatto potrebbe averne ospitato uno: la località è infatti difficile da raggiungere e gode di un’ottima visuale sui territori sottostanti. E sappiamo anche che, probabilmente, Montescatto era già abitata prima del 1200.

In una bolla papale del 1218, infatti, Onorio III citava la chiesa di Montescatto come edificio preesistente. La vecchia chiesa si trovava più in basso e più lontano di quella attuale, costruita solo nel 1802. E’ lecito supporre che dove c’era una chiesa ci siano stati anche dei fedeli: è quindi probabile che la zona di Montescatto fosse già abitata prima del 1200. Dopotutto anche il contiguo paesino di Tarugo ha una chiesa costruita nel secolo dodicesimo (Santa Maria ad Nives).

san silvestro montescatto
Chiesa di San Silvestro a Montescatto (costruita nel 1802).

La presenza di abitanti a Montescatto è ancora attestata secoli dopo: in un documento si parlava di rifacimento del campanile della chiesa di Montescatto nel 1585 perché era troppo basso e non si sentiva il suono delle campane nelle campagne intorno.

Il terremoto di Cagli (1781)

La mattina del 3 giugno 1781 un violento terremoto con epicentro sotto il Monte Nerone colpì la città di Cagli e i suoi dintorni. Quel giorno molte persone si trovavano in chiesa per celebrare la messa delle Pentecoste: in tanti morirono nei crolli, il più (tristemente) famoso dei quali fu quello del Duomo di Cagli.

Come riporta “Lo specchio dimostrativo del danno cagionato negli uomini e nelle bestie dal terremoto del 3 giugno 1781” (archivio di stato di Pesaro), la frazione di Montescatto non ebbe danni di alcun genere, mentre al Tarugo si legge: “Nell’atto che celebrava la S.Messa cadde la Chiesa e vi restarono ferite sei persone senza pericolo

terremoto cagli nerone
“Lo specchio dimostrativo del danno cagionato negli uomini e nelle bestie dal terremoto del 3 giugno 1781”. Il resoconto di Montescatto si può leggere nell’ultima colonna, terza riga (documento custodito all’archivio di stato di Pesaro).

Nel 1802 don Francesco Cini di Lastreto decise di rifabbricare la chiesa di Montescatto, a proprie spese, nel sito dove ancora oggi rimane.

La banda grossi

Il diciannovesimo secolo fu caratterizzato dalla storia dei briganti della Banda Grossi. La frazione di Montescatto era una fortezza naturale per i briganti, difficile da raggiungere per le Forze dell’Ordine. La Banda poteva contare sull’aiuto (volontario o forzato) dei contadini e dei preti, e non era inusuale che i briganti si unissero alla popolazione per festeggiare intorno ai falò.

banda grossi briganti
Briganti e paesani in festa.

Fonti

  1. Informazioni storiche sulla zona del Tarugo e sulla strada di Molleone
  2. Lo specchio dimostrativo del danno cagionato negli uomini e nelle bestie dal terremoto del 3 giugno 1781 (conservato all’archivio di stato di Pesaro)
  3. https://luoghiabbandonati.wordpress.com/2016/06/10/lantica-rocca-di-torricella-un-gioiello-dimenticato/
  4. https://www.luoghisconosciuti.it/borghetto-di-fenigli-pergola/
  5. https://www.beweb.chiesacattolica.it/UI/page.jsp?action=ricerca/risultati&dominio=2&ambito=CEIA&advanced=true&comune=CAGLI&locale=it#ris_43355 (informazioni sulle chiese di Montescatto e Tarugo)

La Repubblica di Montescatto

chiesa montescatto

Il paese di Montescatto è di poche case. In una nicchia più antica un Sant’Antonio di pietra avrà visto passare i briganti chissà quante volte. (UR)

Il territorio circostante è un patchwork di boschi e di campi, piccoli e grandi. Fu questo il palcoscenico della storia della Banda Grossi. Non erano malvisti. Anzi, davano feste e balli e la gente dei dintorni partecipava.

monte scatto sant'antonio
Il Sant’Antonio di pietra. Per gentile concessione del proprietario

La pieve di montescatto

Appoggiate sul fianco del monte, si alzano silenziose la canonica e la pieve di Montescatto.

Da una delle finestre della canonica, la sorella del parroco parlava con Grossi, mentre gli stivali del bandito affondavano nella neve del lungo inverno del 1861-62. I membri della banda vivevano riparandosi nelle case dei contadini, protetti dal parroco stesso. E spesso si ritrovavano all’osteria locale, l’Osteria Colonelli. (UR)

monte scatto chiesa
Chiesa di San Silvestro di Montescatto

I fatti di sangue dell’osteria colonnelli

Una domenica di carnevale del 1862 nell’osteria Colonelli entrarono due banditi con le doppiette in mano e sedettero vicino al camino. Nella stanza si trovava Zeffirino Fumelli, 19 anni, anche lui con la doppietta in spalla. I briganti conoscevano bene la sua famiglia. A un certo punto Frontini si alzò e uscì dal locale. Anche Fumelli e il secondo bandito lo seguirono. Dopo un po’, una fucilata echeggiò nel cielo.

Fumelli, ferito, si trascinò nella stalla, nascondendosi in una cesta. Intanto Grossi, sentendo il colpo dalla canonica di Montescatto, corse giù su un sentiero gelato arrivando infine alla stalla. I banditi riuniti entrarono a cercare il giovane. Spararono due ulteriori colpi e Zeffirino Fumelli fu ucciso.

briganti banda grossi zeffirino fumelli
L’assassinio di Zeffirino

Poco dopo i tre scendevano a Ca’Betto, imprecando contro le spie e cantando. Non si conosce il vero motivo dell’uccisione. Chi dice che fosse una spia, chi dice che fosse stato un amore della sorella del prete, ora impegnata con il Grossi.

I carabinieri marciarono sette ore nella neve alta per arrivare a Montescatto ad indagare sull’omicidio. Raccolsero le testimonianze, varie e contrastanti.

Emerse che il parroco serbava rancore nei confronti della famiglia di Zeffirino. I Fumelli infatti avevano denunciato il parroco al vescovado perché aveva fatto tagliare illegalmente delle querce. Il parroco, poi, si era rifiutato di benedire la loro casa nel periodo pasquale, chiaro segno di ostilità. In una veglia presso il fuoco di un altro paese Frontini disse che a Montescatto sarebbero saliti a chiudere il conto a una spia.

Un racconto tramandato dalla famiglia Fumelli narra che quella sera avvisarono Zeffirino di non recarsi all’osteria, poiché vi era stata avvistata la banda Grossi. Perchè mai i Fumelli temevano il Grossi? Eppure tempo addietro i Fumelli accolsero in casa dei briganti (se volentieri o meno, questo resta da vedere). Non lo sapremo mai.

Una repubblica di briganti

Le scorribande dei briganti si svolsero tra il Furlo, Cagli, Pergola e Fossombrone: questi territori formano un quadrato in cui al centro si evidenzia Monte Scatto. Questa frazione era così difficile da raggiungere da venir considerata una vera e propria Repubblica di briganti, dove l’Osteria Colonelli fungeva da “Municipio”. (MF)

repubblica monte scatto

Bibliografia

(UR) – Uguccioni R., Monsagrati M. (1983): “VERA STORIA DELLA BANDA GROSSI” (Editrice Flaminia)

(MF) Centanni G., Ramoscelli R: (2010) “Le Marche Fuorilegge” (Edizioni Cucina Dialettale “Da Rolando”

La Banda Grossi

La Banda Grossi era una organizzazione di briganti molto attiva tra il 1861 e 1862 nel nord delle Marche. Il nome della banda viene da quello del suo capo, Terenzio Grossi.

componenti

Il numero dei componenti la banda non era fisso; i nomi più importanti erano:

  1. SANTE FRONTINI, detto Mengòn
  2. LUIGI TREBBI, detto Cacabasso
  3. GAETANO GERBONI, detto il bel Gaetano
  4. OLINTO VENTURI, detto Zinzin
  5. BIAGIO OLMEDA
  6. PIETRO PANDOLFI
  7. GIUSEPPE ALUNNI, detto Pajno
  8. BALDASSARRE MACCAGLI
  9. GIOVANNI BATTELLI, detto Pietraccio
  10. MARCO GROSSI, fratello minore di Terenzio e pentito nel 1861 per i crimini commessi insieme alla banda. (Wiki)

storia

Terenzio Grossi era nato a Casenuove di Urbania il 25 settembre 1832 in una famiglia contadina schiavi della mezzadria che li costringevano a peregrinare da un podere all’altro quando gli scadevano i contratti.

Fin da giovane ebbe problemi con la giustizia di Sua Santità che lo avviarono per la via del delinquere. I reati commessi furono tanti come le condanne che ebbe. Recluso nei carceri, riusciva a fuggire. Clamorosa fu la fuga da San Leo.

La fama dell’evasione gli dava un nuovo titolo e nelle campagne lo chiamavano il “Bandito”. A Isola di Fano aveva amici e appoggi e alcuni componenti della banda provenivano da questa frazione. Le loro scorribande iniziarono a dilagare nella provincia di Pesaro. Erano molto violente.

I loro principali obbiettivi erano di derubare tutti coloro che avevano ricchezze. I possidenti (proprietari della terra) facevano di tutto per proteggersi. Nei loro palazzi ancora oggi troviamo feritoie nei soffitti delle scale per sparare ai briganti e non farli salire ai piani superiori.

banda grossi
Grossi e Frontini sulle scale di un palazzo

I loro attacchi si riversavano anche contro lo Stato Sabaudo perché lo giudicavano “infame”, in quanto metteva le tasse ai contadini e leggi ferree per l’ordine pubblico. E non accettavano di andare a fare la leva obbligatoria.

Ma lo Stato “infame”, per nulla accomodante, non avrebbe tollerato alcuna delinquenza al proprio interno.

LA FINE DELLA BANDA

Ormai la banda aveva il tempo contato. Tra morti e imprigionati, la banda si era ridotta a un cimitero.

In una notte di agosto del 1862, Grossi andò a cercare il brigante Olmeda per ucciderlo perchè ritenuto una spia. Gli sparò due colpi: il primo uccise l’Olmeda e il secondo provocò la rottura della canna della doppietta ferendo in modo grave la mano sinistra del Grossi.

Da lì iniziò un peregrinare di posti per nascondersi. Una notte, lungo il sentiero che dalla Volpara portava a Isola di Fano, Grossi  non immaginava che la morte gli camminasse alle spalle. Frontini sparò due colpi che gli fracassarono la testa. Aveva venduto la sua vita per salvare la propria, cosa che peraltro non gli riuscì, alla fine. (UR)

Recentemente il prof. Giulietti Serafino ha condotto una inchiesta sulla vera morte del bandito Grossi, mettendo a confronto la storia narrata, con lucido e vivo ricordo, da Bonifazi di Caspessa e i documenti dei testimoni registrati negli Archivi di Stato di Urbino e di Pesaro. E’ emerso un quadro totalmente diverso dai documenti processuali, un quadro in cui la lealtà e l’amicizia del Frontini non vengono messe in discussione. (GS)

Ad ogni modo, I resti di Grossi riposano ora nella chiesa di Isola di Fano, mentre il Frontini fu condannato alla ghigliottina. Anche Venturi, detto Zinzin, fu trovato morto al passo di Monte Paganuccio. Si racconta che perì in un conflitto a fuoco con le Forze dell’ordine, anche se non tutti credono a questa versione. Oggi il luogo del ritrovamento del brigante viene chiamato dai residenti “Passo di Zinzin”.

Un vecchio di Isola di Fano, che anni fa aveva lavorato alla Chiesa di Montescatto, raccontò questa storia: sotto una lastra della cripta avevano trovato sepolto un uomo messo in posizione contraria rispetto alle altre salme. La salma aveva gli stivali ai piedi. (UR)

Era uno della banda? Forse il famigerato Zinzin?

Bibliografia

(Wiki) – Wikipedia-Banda Grossi

(UR) – Uguccioni R., Monsagrati M. (1983): “VERA STORIA DELLA BANDA GROSSI” (Editrice Flaminia)

(GS) – Giulietti S. (2021): “ESEGESI DI UN ASSASSINIO” (Editrice Alter Erebus)

Marón – Vita di Tommaso Isidori (Parte Prima)

tommaso isidori montescatto

Il mio bisnonno si chiamava Tommaso Isidori – classe 1895 – figlio di Amedeo ed Esterlinda. Aveva un fratello di nome Cesare e una sorella di nome Maria.

Era un uomo molto robusto e alto, sopra la media per quei tempi. E per questo tutti lo chiamavano Marón, accrescitivo del suo secondo nome, Mario.

Il bambino

Nacque in casa, come tutti in questa piccola comunità. Non conosco molto la sua infanzia: so che andò a scuola solo un anno dove imparò a fare le “stanghette”, le linee di base che poi creano le lettere. Non c’era tempo per i libri, per i bimbi di allora: anche loro dovevano aiutare la famiglia lavorando nei campi e accudendo le pecore. Ma il mio bisnonno non si perse d’animo e imparò a leggere e a scrivere da solo.

Il soldato

Poi scoppiò la guerra nel 1915 e partì soldato, attendente d’artigliera al servizio di un ufficiale. Fu distaccato nella zona del Piave: durante un attacco, una scheggia di bomba lo colpì ad una gamba provocando una ferita che non guarì mai completamente. Aveva anche una parte del lobo lacerata, e lui raccontava sempre che a provocarla era stata una pallottola passata troppo vicino all’orecchio.

  • tommaso isidori montescatto
  • tommaso isidori montescatto

Una volta tornò in licenza a casa, ma trovò ad attenderlo un’abbondante nevicata. Da quelle parti non c’erano vere e proprie strade e la neve era così alta da non riuscire a passare. Ma lui non si scoraggiò. Dalla stazione di Pergola si mise in cammino, con la neve fino al petto. Dopo 11 chilometri arrivò a casa, stremato, bagnato e infreddolito. Gli scoppiò una polmonite e fu portato indietro all’Ospedale di Pergola, probabilmente su una “traggia” (vedi foto sotto), ma i dottori non nutrivano speranze per lui. Dopo una settimana però, con sommo stupore dei sanitari, si riprese.

  • traggia
  • traggia

Il bracciante

Finita la guerra ritornò al suo paese. Lì prese a lavorare a giornata come bracciante agricolo e taglialegna. Grazie alla sua forza e alla sua volontà, era molto richiesto per i lavori pesanti: pensate che tagliava le querce per costruire le traverse delle ferrovie!

I suoi strumenti di lavoro (zappa, pala e segone) erano il doppio del normale, per adattarsi alla sua corporatura alta e robusta.

strumenti tommaso isidori montescatto
Strumenti agricoli di Marón vs. strumenti agricoli di una persona normale: si può notare come la zappa e la pala del bisnonno fossero ben più grossi della norma, per adattarsi al suo fisico poderoso.

Un giorno, andando a giornata come bracciante si recò anche a Ca’Rio nel podere dei Marchetti. Lì conobbe quella che sarebbe diventata un giorno sua moglie: Giulia Marchetti.

Giulia

giulia marchetti montescatto
Giulia Marchetti

Giulia nacque nel 1895, figlia di Alfonso Marchetti e Teresa Pantaleoni. Aveva quattro fratelli e sorelle: Vittoria, Tito, Aldo e Emilia. Viveva nella frazione cagliese di Ca’ Rio, nel grosso podere acquistato dal padre, un segno di ricchezza per quei tempi.

Il padre aveva un fratello falegname di nome Luigi, sposato con una sarta, Agata. La coppia viveva a Frontone e non aveva figli. Da Agata vennero mandate tutte le sorelle Marchetti per imparare l’arte del cucito.

Cucire continuò a essere la professione di Giulia per tutta la vita. Era molto brava, abile nel ricamo, come si può notare osservando il suo corredo di nozze:

  • giulia marchetti montescatto
  • giulia marchetti montescatto

Prima di conoscere Marón, Giulia era fidanzata con un altro ragazzo, che però morì nella Grande Guerra, nel 1917.

Dopo essersi conosciuti, Tommaso e Giulia decisero di sposarsi. Un aneddoto famoso nella mia famiglia riporta il dialogo avvenuto tra i due prima di sposarsi:

G: “Mèri, dovrai avé pazienza sa me, perché io so’ un po’ nervosa”
T: “Beh, prega Dio che non ci prenda insieme!”

[continua nella parte seconda]