La Pasqua in campagna….

Nel lontano mondo contadino le feste religiose erano molto sentite e rispettate.
Nella settimana precedente la Pasqua il parroco passava in ogni casa per benedire le famiglie e sul tavolo venivano poste delle uova, che il prete aspergeva con l’acqua santa.

Quest’ultime venivano poi consumate, sode, alla mattina del giorno della Resurrezione.
Le feste venivano santificate anche in cucina, realizzando piatti tipici legate all’evento.
Tra il Giovedì Santo e il Venerdì Santo ogni famiglia preparava “la Crescia di Pasqua” (chiamata così perché “cresceva” e ricordava la Resurrezione del Cristo), una tipica torta al formaggio e uova a forma di panettone. Era un procedimento lungo perchè si usava come lievito “el forment“, un impasto acido che si ricavava dal pane.

El forment” veniva sciolto nell’acqua il giorno prima e veniva impastato con poca farina e lasciato lievitare tutta la notte. C’era una religiosità nel preparare l’impasto della Crescia. Farina, lievito, uova, formaggio grattugiato (una volta si usava solo il pecorino, perché tutti facevano il formaggio in casa), strutto, olio, sale e pepe. Questi erano gli ingredienti che, mani sapienti, impastavano creando un’armonia di sapori e odori.
Venivano posti in contenitori alti di alluminio, unti con lo strutto e messi a lievitare nel posto più caldo della casa (le case di una volta erano piene di spifferi).
Alcune famiglie mettevano le Cresce a lievitare dentro “el pret“, sotto le coperte dei letti.
Si preparavano tante Cresce che poi venivano regalate a parenti e amici.
Quando l’impasto era “cresciuto” fino ai bordi del contenitore era ora di infornare.

Si accendeva il forno a legna scaldandolo, piano piano, fino a quando i mattoni non diventavano bianchi. Le vie del paese erano piene di odore di formaggio, che sprigionavano le cresce mentre cuocevano. Era dura non mangiarle, visto che si rispettava la tradizione di mangiare di magro durante la settimana santa.

Al sabato le donne preparavano il pranzo di Pasqua: Vincisgrass, gnocchi al sugo di coniglio e agnello arrosto.

I Vincisgrass
Maria, di 91 anni, prepara ancora oggi gli gnocchi.

Finalmente arrivava la Pasqua!
La mattina era piena di emozioni!
La colazione era ricca. Si gustavano i ov bnedett insieme alla Crescia e il salame.

In seguito tutta la famiglia si recava in chiesa per la messa Pasquale.
Continuava l’aria di festa a pranzo dove una tavola imbandita di cose buone attendeva i suoi commensali.

L’emozioni che si respiravano in quel mondo antico non è più possibile trovarle nei nostri giorni di corse e stress.
Le case dei contadini erano povere, ma aperte a tutti. Si aveva poco, ma si condivideva tutto e le feste servivano a dimenticare la fatica del lavoro agricolo.

BUONA PASQUA!

Foto: bianco/nero vitapoverablogstoriediterritori

Foto dei piatti gentilmente concesse da:
Alesi Graziana
Marchetti Sara

Ermo

La “Pasquella”

Giulia Marchetti

La “Pasquella” è un tipico canto questuante dell’Epifania e le sue origini sono così antiche che si sono perse le tracce. Si canta in Romagna, nell’Umbria e nelle Marche. Ci sono anche versioni nella regione della Toscana. Erano contadini, armati di strumenti musicali, che nella notte tra il 5 e il 6 gennaio andavano di casa in casa e chiedevano il permesso di cantare al padrone e intonavano stornelli in dialetto per augurare pace, serenità e salute. In cambio, il padrone, doveva offrire vino e uova. Se non lo faceva, veniva augurato a lui e alla famiglia ogni dispiacere!
Ci sono tante versioni di questo canto. Qui riportiamo quello che cantava nonna Giulia:

L’ANNO NUOVO E LA PASQUELLA

Ringraziamo la padrona
della roba che ci ha gradito
vi faremo sempre onore
Buona Pasqua del Signore.

In questa casa
c’è una sposa
fresca e rossa come una rosa
rilucente come una stella
l’anno nuovo e la Pasquella.

In questa casa
c’è una vecchia
tutti dicono che è molto avara
bello e presto verrà la bara
che la viene a portar via
Anno nuovo Epifania

Siam venuti dall’Oriente
per veder Gesù Bambino
fresco, rosso e ricciolino
Buona Pasqua e Epifania

Spalancate le vostre porte
per vedere la compagnia
per vedere la compagnia
Buona Pasqua e Epifania

Se ci date o non ci date
fate presto e non tardate
che dal ciel casca la brina
e ci fa nì la tremarella
l’Anno novo e la Pasquella

Daje daje ognun si stufa
dacce da beve un goccett
s’è asciuttata la favella
s’è asciuttata la favella
l’Anno Nuovo e la Pasquella

In questa casa c’è una sposa
tutti dicono che è tanto bella
andate giù al pollaio
e prendete una gallinella
l’Anno nuovo e la Pasquella.

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“Il Natale di una volta”

Alla vigilia di Natale si andava a cercare un grosso ciocco di legna da ardere che doveva durare fino all’Epifania. Dopo la Befana se il ciocco non era arso del tutto, era posto ad incastro nell’oppio che era un albero dove veniva fatta arrampicare la vite. Questa tradizione veniva eseguita perché credevano che avrebbe protetto la vite dalla grandine.

Il presepe non si usava costruirlo in casa ma solo nella chiesa del paese, dove, alla Messa di mezzanotte, i bambini recitavano la poesia di Natale davanti al bambino Gesù che veniva poi baciato su un piede da tutti i presenti.

Non esistevano i regali, né l’albero di Natale. I bambini stavano raccolti intorno al fuoco dove i nonni raccontavano storie incredibili. Assicuravano che il ciocco di Natale era magico perché, battendolo tre volte, regalava castagne che comparivano magicamente davanti all’aiola. In realtà erano i grandi che, senza farsi vedere, le lanciavano.
Si respirava ugualmente aria di Natale perché si mangiava meglio. C’era il brodo di gallina dove si facevano cuocere i passatelli; si mangiava il lesso e anche l’arrosto misto.

Alla sera si usava fare la veglia presso le famiglie che offrivano castagne, lupini e vino che venivano consumati mentre si giocava alle carte.

Ma, ahimè, i soldi non c’erano e quando si giocava a sette e mezzo si puntavano i bottoni!

Il Natale di una volta 1934 di Isidori Domenico

Se ‘l Mont fa la braca……..

Gli inverni a Montescatto erano veramente freddi e nevosi e certamente le case non avevano i confort delle abitazioni di oggi. I contadini non avevano l’abitudine di fare la legna nel periodo primaverile ma andavano a tagliarla durante l’inverno. Era bagnata e non ardeva nel camino, unica fonte di riscaldamento.
Per capire come sarebbe stato l’inverno i contadini guardavano la prima neve che cadeva sul monte Catria e c’era un detto che recitava così:

“Se ‘l Mont fa la braca
vend el mantell e compra la capra.
Se ‘l Mont fa ‘l cappell
vend la capra e compra ‘l mantell”

Quindi se sulla cima del Catria faceva il cappello voleva dire che sarebbe stato un inverno nevoso. Al contrario sarebbe stato una stagione mite.
Questa è la foto della prima neve che è caduta sul Catria quest’anno e come si vede ha fatto “la braca“. Sarà un inverno mite?
Vedremo….

L’erba di campagna…..

Tarassaco Dente Leone
El grugn’ (cicoria-tarassaco)

In primavera si trovano tante varietà di erbe spontanee buone da mangiare. Ma anche in autunno, specialmente in questi giorni “stranamente” caldi, riusciamo a trovarne qualcuna. Nella foto si vede il classico Tarassaco o Dente di Leone chiamato in dialetto Grugn’.

Grugn’-Erba dell’Asino (cicoria)
Grugn’-Riccio (cicoria)

Tutte queste erbe si chiamano in dialetto Grugn’ e fanno parte della famiglia della cicoria. Il Grugn’ Riccio sta diventando raro trovarlo. La sua caratteristica è che quando lo si recide si chiude come un riccio.
E’ difficile sbagliarsi nel raccoglierle. Hanno foglie frastagliate e la loro caratteristica è che sono rasenti alla terra e per raccoglierle si deve usare un coltello appuntito per poter affondarlo nel terreno e reciderle dalla radice.

Questa erba si chiama in dialetto “Gruspign” (Grespino o Crespigno famiglia delle Asteraceae) e sembra simile al Grugn’ ma se osservate meglio le foglie sono molto più simili al cardo che ha foglie più spesse e spinose. Il fusto non rimane a rasoterra come la cicoria ma rimane sollevato.
Vi sono altre specie di erbe commestibili come la Pappatella (papavero)

o la Sprania ma nascono in primavera e di questi tempi non si trovano.
Raccogliere l’erba di campo è piacevole perché si sta all’aria aperta ma non è tanto bello “capare”, cioè pulire l’erba dalla terra ed erbaccia che si raccoglie quando si taglia. Dopo aver pulito la verdura, si recavano alla fonte per lavarla con l’acqua corrente. Ma non era mai “perfettamente” pulita.
E per questo le donne di campagna, dopo aver cotto l’erba, la portavano a tavola e dicevano:

L’erba di campagna
se capa mentre se magna

La Bocata

La “bocata” si faceva quando si doveva lavare i lenzoi, gli sciuttaman e il mantil. Non avendo l’acqua in casa, il bagno si faceva di rado, e potete immaginare quanto fosse “pulita” la biancheria! Gli altri panni si lavavano con il sapone. Perché? Perché la bocata richiedeva un intervento molto aggressivo e solo il cotone robusto poteva resistere a questo tipo di lavaggio.

Ecco tutti i passaggi della bocata:

  1. si prendeva una mastella di latta con un tappo nel fondo, e sotto vi si ponevano due tavole di legno;
  2. si inseriva la biancheria di casa e la si copriva con un telo bianco. Sopra andava messo uno strato di cenere pulita;
  3. poi si gettava acqua bollente che a contatto con la cenere diventava un liquido chiamato la ranna;
  4. venivano lasciati a bagno per qualche ora. Dopodiché si toglieva il tappo della mastella e si faceva uscire tutta la ranna;
  5. tolta la cenere i panni venivano portati alla fonte per essere insaponati (sapone fatto in casa) e poi risciacquati;
  6. i raggi del sole facevano la loro parte, rendendo ancor più bianchi i panni che le donne stendevano ad asciugare.

Per fortuna oggi abbiamo la lavatrice: il suo inventore avrà un posto in Paradiso di sicuro.